Magic Island al Kino, Marco Amenta: “Vi racconto una Sicilia diversa”

Magic Island al Kino di Roma, giovedì 12 e mercoledì 18 Gennaio 2017, alle 21.30. Intervista al regista Marco Amenta.
Presentato in concorso in anteprima nazionale nella sezione Italia Doc al Bellaria film festival, in selezione ufficiale al prestigioso Festival Hot Docs International di Toronto e vincitore del Premio Irritec Sicilia.Doc, "Magic Island", il nuovo documentario road movie di Marco Amenta, approda ora al Kino.

Un film emozionante e delicato che racconta il catartico viaggio di Andrea, un musicista figlio dell'attore italo-americano Vincent Schiavelli, da New York fino a Polizzi, il paese paterno dell'alta Sicilia. Un viaggio carico di rimpianti e sensi di colpa che racconta però il ritorno alle origini, la scoperta delle radici profonde. Un percorso esistenziale che porta un ragazzo, dopo dieci anni, davanti alla possibilità di affrontare suo padre e di vivere il lutto che non aveva potuto assaporare, fino al raggiungimento di una purificazione inevitabile e liberatoria.

Venerdì 13 gennaio alle 21.30 al Kino il regista sarà presente con noi in sala a presentare il film, prodotto dalla Eurofilm di Simonetta Amenta con la Sicilia Film Commission, Mediterranea Film Paris e la Region Ile de France.

Perché hai deciso di raccontare proprio la vicenda di Andrea?

"Ho fatto diversi film sulla mafia, ma la Sicilia non è solo questo. Volevo raccontare una storia di viaggi, d’immigrazione, d’identità, volevo raccontare una Sicilia diversa, degli immigrati che tornano a casa".

Come ti sei imbattutto in questo storia?

"Ho conosciuto Vincent Schiavelli quando è tornato in Sicilia, rinunciando al luccichio di Hollywood per qualcosa di più piccolo, reale. Vincent era spinto verso una dimensione familiare, quella di un piccolo centro che lo accogliesse con le amicizie, la famiglia, il cibo, ma scegliendo di andarsene ha dovuto lasciare qualcosa indietro, suo figlio. E quando è morto tutti si chiedevano dove fosse Andrea.
Così, dopo diversi anni, mi sono ricordato del figlio e fato ha voluto che proprio in quei giorni lo avesse chiamato Katia, l’ex compagnia di Vincent, per l’eredità di suo padre. Andrea mi aveva confidato di avere paura, di convivere con un forte senso di colpa. Così ho capito che questa storia, che questo viaggio, aveva qualcosa di profondamente umano che valeva la pena raccontare".

Cosa ha rappresentato questo viaggio per Andrea? 

"E’ stato un viaggio molto emotivo, una sorta di percorso psicanalitico. Per dieci anni Andrea aveva rimosso il conflitto amore odio col padre e partendo si trovava costretto a riaprire quel canale. Il suo desiderio era di riconciliarsi con lui, voleva vivere i luoghi, gli amici, ma aveva paura".

Il documentario è molto cinematografico, non si sente affatto la vostra presenza.

"Si, la difficoltà era raccontare al presente le emozioni del figlio e del padre, per questo abbiamo deciso di girarlo come un film, ma senza copione, senza interviste, così da non perdere il mondo che abbiamo avuto la fortuna di vivere. E’ stata un'esperienza emotiva, forte, importante, e la nostra vicinanza gli dava la sicurezza di non essere solo".

Com'è stato ritrovarsi con Andrea, a Polizzi, tra gli amici e i conoscenti di Vincent?

"Il paese adora Vincent e verso il figlio avevano lo stesso affetto che provavano per lui. Abbiamo vissuto insieme ad Andrea quello che Vincent aveva cercato e trovato: il locale, il chilometro zero, il ritorno alle origini. C’era una dimensione naturale nei rapporti, un sentimento di profonda unione.
Certo, è difficile andare a indagare la mente umana. Abbiamo registrato in diretta tutti i pensieri di Andrea per accompagnarlo nel suo percorso. Posso dire che da quando l’ho conosciuto in America, Andrea è cambiato: a Polizzi era più felice, più leggero, si vedeva la gioia nei suoi occhi".

Qual'è stato il momento più emozionante?

"Quando Andrea si è ritrovato davanti alla tomba di Vincent. Doveva perdonare un po’ se stesso e un po’ il padre, provava disperazione per non aver avuto il coraggio di affrontarlo e di non aver parlato con lui un’ultima volta. Ha capito che a volte per ritrovare la propria dimensione bisogna andare via, fare i propri percorsi. Anche Andrea ne aveva bisogno: capire chi fosse, ritrovare la propria identità, esattamente come era successo a Vincent.

Secondo te è di questo che parla davvero il documentario? Il suo senso ultimo?

"I film si fanno per raccontare delle storie, quando si sente che c’è qualcosa d profondo. Parlando con Andrea ho capito che c’era una forte paura, una forte voglia di partire che ovviamente non c’entrava nulla con i soldi. Ho capito che c’era materiale umano. Non credo esista un senso ultimo, ma la vita che racconta se stessa, un’anima che generosamente ci ha regalato un’apertura, un percorso emotivo.
Ognuno vede quello che vuole, ma per me è stato questo: un ritorno alle origini, la ricerca di un rapporto e allo stesso tempo la ricerca del senso della vita. E’ proprio questo il bello del documentario, il fatto di essere un testimone.
I viaggi ci cambiano perchè ci fanno scoprire delle cose di noi stessi, e Andrea alla fine lo ha capito. Ma non ha smesso di cercare".

 

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