Dustur al Kino, Santarelli: “I miei sei mesi con i detenuti musulmani nel carcere di Bologna”

Dustur al Kino, 9 e 10 marzo 2016 È stato uno dei film più discussi e applauditi dalla critica all’ultimo Torino Film Festival, dove ha vinto il Premio ‘Occhiali di Gandhi’ alla cinematografia nonviolenta e il Premio Avanti! (Agenzia Valorizzazione Autori Nuovi Tutti Italiani). Dustur, il suo nuovo documentario di Marco Santarelli, indaga da una prospettiva inedita un cardine della vita istituzionale italiana. Tradotto dall’arabo, Dustur significa ‘Costituzione’. E la Costituzione italiana è quella che un gruppo di detenuti musulmani del carcere Dozza di Bologna inizia a conoscere e approfondire in uno speciale corso scolastico coordinato dal monaco dossettiano Ignazio. Un percorso che li porterà a scrivere un Dustur ideale, fatto di parole personali e universali, in un confronto aperto e uno scambio tra culture e modi di sentire a volte differenti, accomunati da necessità vitali. In attesa della proiezione e dell’incontro con Marco Santarelli al Kino il 9 e 10 marzo, abbiamo chiesto al regista di parlarci del documentario:

santarelli

Come nasce l’idea del film?

"Durante le riprese del precedente documentario Milleunanotte, girato nello stesso carcere Dozza, ho avuto modo di conoscere Samad e Ignazio, il giovane ex detenuto marocchino e il volontario religioso che ha vissuto molto tempo in Medio Oriente, con i quali sono sempre rimasto in contatto. Da tempo avevo in mente di girare qualcosa con Samad, cosa che si è potuta realizzare quando, nel 2013, è uscito dal carcere. Nel frattempo padre Ignazio ha iniziato il ciclo di incontri sulla Costituzione italiana con i detenuti, principalmente arabi musulmani: un’iniziativa assolutamente unica, mai fatta prima in un carcere. Quindi ho deciso di raccontare le loro due storie, che convergono e si fondono alla fine del documentario quando Samad, come ultimo ospite del corso, ritorna in carcere per partecipare alla discussione e alla scrittura di una piccola costituzione ideale".

Quali sono state, se ce ne sono state, le difficoltà nel girare questo documentario, nell’entrare in contatto e “invadere” una realtà delicata come quella di un carcere?

"Essendo già stato molto tempo all’interno del carcere Dozza per girare Milleunanotte, non è stato problematico tornarci. Certo era passato un po’ di tempo da allora e, soprattutto per i detenuti che non mi avevano conosciuto prima, un po’ d’imbarazzo iniziale c’è stato. Ma ho partecipato a tutti e ventiquattro gli incontri, che si sono svolti ogni mercoledì per circa sei mesi, e dopo un po’ l’imbarazzo è scomparso e si è creato un clima molto coinvolgente. Anche l’ambientazione accogliente della biblioteca è stata d’aiuto in questo".

Qual è la tua idea di documentario?

"È difficile ingabbiare questo genere in una definizione. Quello che ho cercato di fare nei miei documentari è raccontare piccole esperienze umane di scambio, dove però non ci sia una semplice descrizione della realtà, ma anche una sua interpretazione. Questo non significa che non si lasci allo spettatore la possibilità di una personale lettura del film. È l’equilibrio che si regge su un invisibile filo tra te e ciò che stai osservando. In ogni caso quando instauri un rapporto di fiducia con lo spettatore, al di là del fatto che quello che descrivi sia vero o falso, l’importante è che ne venga percepita l’autenticità".

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Dustur prodotto da Zivago Media e ottofilmaker in associazione con Istituto Luce Cinecittà, è distribuito da Luce-Cinecittà e sarà presentato al Kino mercoledì 9 e giovedì 10 marzo.

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