I racconti del Quadraro al Kino Reading: la ciofeca di Mimmo e il Professore che ha perso la Primavera

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"I racconti del Quadraro" dello sceneggiatore Marcello Olivieri vanno in scena giovedì 20 febbraio dalle ore 21, in occasione del secondo Kino Reading. Un dittico ("Caffè, sole, cazzi dritti e sambuche al bar del Quadraro" e "Nostalgie assortite al bar del Quadraro"), quello pubblicato su Kino Review, che celebra una periferia romana dai colori pasoliniani. Al bar di Mimmo, che prepara implacabile un disgustoso caffè ("l'immonda ciofeca") scorre la vita dei vinti, tra fallimenti e nostalgie incolmabili, ai margini della città eterna.  
Oltre a ‘I racconti del Quadraro’, il reading prevede: "E Dio disse "Partorirai con dolore" E l'epidurale rispose: "Non credo" di Roan Johnson, "Le migliori cozze della nostra vita; parte 2, Sautè alla berlinese" di Tommaso Capolicchio "Vivavilla" di Giacomo Giubilini, "Alieni in val di Chiana" di Cosimo Calamini, "Sbologna" di Cinzia Bomoll letti da Valeria Berdini, Roberta Bizzini, Daniela Calò.
Ecco i racconti del Quadraro, in anteprima.

Caffè, sole, cazzi dritti e sambuche al Bar del Quadraro

di Marcello Olivieri

L’unico grande problema del Bar del Quadraro è che ogni tanto ci devi bere anche il caffè.
Mimmo il barista ne fa una questione personale, un punto d’orgoglio.
Dopo due o tre volte che ti limiti a comprare le solite Camel morbide senza chiedere anche quel suo espresso cattivo quasi quanto quelli di Busto Arsizio o Vigevano,

inizia a mettere il muso.
Inizia a guardarti male.
Inizia a trattarti da persona non grata.

Inutile inventare gastriti, allergie, intolleranze, diete, problemi cardiaci più o meno gravi.
Mimmo non giustifica.
Mimmo non transige.
Mimmo non perdona.
Chi non beve il suo caffè o è un ladro o è una spia.
Chi non beve il suo caffè non è figlio di Maria.
Chi non beve il suo caffè il vento lo porta via.

Così, a intervalli più o meno regolari, quando realizzi che sta arrivando al limite di sopportazione, lo assecondi.
Cedi.
Ordini l’immonda ciofeca.
Ti avveleni.

Oggi è uno di quei giorni in cui hai dovuto cedere.
Oggi è uno di quei giorni in cui hai dovuto ordinare l’immonda ciofeca.
Oggi è uno di quei giorni in cui hai dovuto avvelenarti.

Come volevasi dimostrare,
in bocca ti resta un retrogusto ignobile, spaventoso,
persino peggiore del solito.
Neanche al risveglio dopo una sbronza di China Martini ti eri sentito così.

Speri che una sigaretta possa alleviare la sofferenza, cacciare dal palato il sapore di topo trifolato che lo permea, che ti devasta.
Infili una Camel tra le labbra e vai verso l’uscita.
Non devi neanche spingere la porta, è già aperta per fare entrare il tepore della splendida primavera anticipata che ha deciso di accarezzare Roma dopo giorni e giorni di pioggia.

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Appena oltre la soglia, trovi Eros.

Eros in realtà non è il suo vero nome, lo chiamano così perché beve solo amaro Ramazzotti. Non puoi esserne sicuro, ma pensi che Mimmo, al Bar del Quadraro, il Ramazzotti lo tenga esclusivamente per lui.

Capelli lunghi scolpiti all’indietro con il gel, perenne abbronzatura artificiale, Eros ha passato da un pezzo la cinquantina ma si ostina a fare sempre lo sbruffone e vestire come un super giovane. Indossa solo costosissimi capi firmati che acquista nella boutique gestita da gay ultra trendy, proprio di fronte al Bar, sul lato opposto della Tuscolana.

Non sai dove trovi i soldi e neanche ti interessa saperlo, visto che probabilmente la cosa ti creerebbe problemi.

Chiedergli da accendere, invece, non ti crea nessun problema.

Lui ti passa uno Zippo, quindi allarga le braccia, si stira in maniera teatrale e, ostentatamente provocatorio, porta la voce verso l’interno del locale.

-‘Sto sole fa venì voja de sta cor cazzo dritto a Capocotta!
Da dentro, immediata e roca, un’anonima voce di rimando.
– "Lassa perde er sole, pe’ stattene a cazzo dritto te serve er viagra!"
Eros ti rivolge un mezzo ghigno, ammicca con lo sguardo.
– "Er viagra un paro de palle! Portame tu sorella e poi vedemo."
Dalle viscere del bar, la replica non si fa attendere. E picchia duro.
– "Co’ mi sorella c’hai già fatto du’ fije e un divorzio in trent’anni. Nun te basta, mortacci tua?"

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Il ghigno di Eros svanisce. La luce complice nel suo sguardo, si spegne. La voglia di rilanciare con una nuova battuta, non c’è più.
Vi guardate in silenzio per un lungo istante.
Ora non è più l’ultracinquantenne sbruffone coi capelli lunghi ingellati e la perenne abbronzatura artificiale.
Ora la sua costosa maschera da super giovane non serve più a niente.
Ora è solo un uomo con alle spalle errori che fanno ancora male, errori ancora da rimpiangere.

Non dici niente,
perché non c’è niente da dire,
e gli restituisci lo Zippo.
Anche lui non dice niente,
perché non c’è niente da dire,
e prende lo Zippo.

Poi, distoglie stancamente lo sguardo. Tira su la zip della felpa, solleva il cappuccio sul capo, come se avesse improvvisamente freddo, e se ne va.

Resti a fissarlo mentre si allontana di spalle lungo la Tuscolana. La testa leggermente china, il passo ondulato da bullo di periferia che, nonostante tutto, si porta comunque dietro, gli resta comunque addosso.

Ora l’orrendo retrogusto del Caffè non lo senti più.
Ma in bocca hai un sapore nuovo. Un sapore amaro che è anche peggio.
Rientri nel bar. Vai al banco. Ordini una sambuca. Col ghiaccio. E con la mosca.

Mimmo ti fissa stupito.
– "A quest’ora? Mica bevi mai, a quest’ora!"
Per una volta, gli rispondi senza guardarlo.
– " ‘Sto sole fa venire voglia."

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Nostalgie assortite al Bar del Quadraro

Quando piove come stamane, andare al Bar del Quadraro ti piace perché il pavimento è cosparso di segatura. Della segatura bagnata ami l’odore, intenso, acre, pungente, e sai benissimo il perché. E’ una cosa che ti ricorda l’infanzia, i locali loschi del Centro Storico, o quelli autenticamente popolari di Marassi. Posti dove, volente o nolente, sei cresciuto e, bene o male, sei diventato quello che sei.

Comunque, questa mattina stai qui a goderti il tuo odore di segatura ed entra il Professore. Ha lo sguardo inquieto, il sigaro tra le labbra che penzola verso il basso, l’espressione più malinconica del solito. Il libro, abitualmente infilato nella tasca del trench, lo tiene stretto in mano, le dita quasi uncinate sulla copertina biancoverde. Raggiunge il bancone senza cambiare faccia, assorto.

Il barista Mimmo, che lo conosce come nessuno, subito lo apostrofa preoccupato.
– "Tutto bene professò?"

Il professore annuisce silenzioso. Gli fa cenno di servirgli un J&B, che si beve tutto di un fiato. Poi, torna a rivolgersi a Mimmo, in attesa.
– "Ieri sera da Nonno Dario me so pijato questo…"
Allude al libro, una vecchia edizione Mondadori de 'La Luna e Sei Soldi' di Maugham. Mimmo lo scruta non capendo, non intuendo il legame tra la malinconia ed il romanzo.
– "Eh, e allora?"
Il Professore non risponde subito. Fissandolo, estrae dal libro un cartoncino giallastro liso dal tempo e glielo porge.
– "Stava dentro. Tra ‘na pagina e n’artra.

tango

Mimmo lo prende, gli dà una rapida occhiata e anche lui muta espressione. Le parole gli scivolano fuori dalla bocca in un soffio, più per sé che per gli altri.
– "La Primavera! C’ho portato mi moje la prima vorta che semo usciti insieme, ‘na domenica a pranzo."
– "C’avemo portato tutti una, a La Primavera…"

Mimmo, gli occhi leggermente liquidi, gli restituisce il cartoncino. I due si guardano per un istante, poi il Professore inizia a leggere per tutti con la sua voce roca, cavernosa, antica.

“La trovi tra l’incanto der paesaggio
In mezzo ar verde, a l’aria imbalsamata;
c’è l’illusione che sia sempre maggio
come ‘na residenza de ‘na fata
Te pare er paradiso sceso in terra:
se chiama
trattoria 'La Primavera'”

Nessuno fiata. Nessuno lo interrompe. Non importa se i clienti siano giovani o vecchi, italiani o stranieri, abituali o di passaggio. Nessuno fiata. Nessuno lo interrompe.

Il professore legge tutto lo stornello senza fare pause, senza staccare gli occhi dal cartoncino. Così, con l’espressione quasi solenne, rapita, arriva in fondo, chiude.

“Eppoi, si nun ce credi, vacce a vede,
l’indicazione nun te po’ fa perde.
E quanno sei li drento, fijo bello,
l’astemio te diventa un caratello”.

Ora si tace. Ora è chiaramente commosso, la bocca leggermente piegata in quello che, forse, vorrebbe essere un sorriso nostalgico.

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Un ragazzetto cinese spezza il silenzio, il rapimento generale. E’ di seconda generazione, è cresciuto al Quadraro. Parla con un marcato accento romano solo appena sporcato dalla lingua dei suoi genitori.

– "Grazie professò, che è?"
– "‘Na poesia scritta pe’ ‘na trattoria che se chiamava La Primavera e stava subito dopo l’arco, sur ponte de la ferovia. Magnavi lì e poi annavi a scopà ne li campi attorno."
– "Bello."
– "No. Nun è bello. E’ ‘na merda."
– "‘Na merda? E perché?"
– "
Perché La Primavera nun ce sta più. Se n’è annata come er tempo mio de magnà e poi scopà ne li campi attorno."
– "Aho, così me fa incupì!"
– "E che ce posso fa, è la vita. La Primavera era ‘na trattoria ma è pure ‘na stagione. E se sa, le stagioni passano. Pe’ me, come pe’ te."

 

Marcello Review

 

Marcello Olivieri è nato Genova e fa lo sceneggiatore. Ormai da sei anni vive al Quadraro. Prima o poi lo cacceranno via.

 

 

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1 commento su “I racconti del Quadraro al Kino Reading: la ciofeca di Mimmo e il Professore che ha perso la Primavera

  1. Ahaha, in 18 anni che vivo al Quadraro, è la prima volta che trovo chi sia d'accordo con me sul sapore di topo trifolato del caffè del nostro bar !

    Grazie !

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