Francesco Bruni sul “Capitale Umano”: lo abbiamo scritto ispirandoci ad American Beauty più che a Monicelli e Risi

Francesco Bruni e “Il capitale umano” L'ultimo film di Paolo Virzì sta diventando un caso, suscitando entusiasmi mahleriani e polemiche roventi: è un esempio di quel cinema che offre allo spettatore la possibilità di sperimentare una visione  problematica di una determinata realtà, di osservare se stesso e la propria vita, di interrogarsi. Anche in ragione del discorso politico che mette in campo. Tratto dal romanzo The Human Capital dell’americano Stephen Amidon, il film è stato scritto da Francesco Piccolo e Francesco Bruni, da sempre compagno di scrittura di Virzì e lui stesso regista del fortunatissimo “Scialla”. È stata un’interessante sfida di riscrittura, di cui abbiamo parlato con Francesco Bruni.

Qual è stato lo stimolo che vi ha spinto a traslare un romanzo ambientato nel Connecticut durante gli anni del crollo finanziario, e a trasportare il racconto in un perimetro geografico del nord Italia? Cosa vi ha colpito del romanzo?
"Proprio il pensiero che quella storia potesse essere perfettamente adattata anche in Italia. È questa constatazione che ci ha spinti a utilizzare il romanzo. Poi c’era un’altra cosa, un pregio di impianto strutturale che ci ha affascinato: la molteplicità dei punti di vista, che noi abbiamo molto accentuato, nel racconto di una verità che si presenta differentemente a seconda della parte da cui la vedi. Una considerazione puramente formale che, insieme al contenuto del racconto, ha esercitato su di noi una suggestione molto forte".

Nel romanzo di Amidon, il dispositivo drammaturgico è lo stesso?
"Sì. Anche lì tutto parte dall’investimento di una persona, un cameriere, a cui non viene prestato soccorso. La struttura del romanzo però  è completamente diversa. Soprattutto perché il romanzo, rispetto al film, è come la parte nascosta di un iceberg: contiene cioè delle backstories molto corpose e altre sottostorie".

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Il film è diviso in quattro capitoli. Nei primi tre la storia è raccontata da tre punti di vista differenti, tre personaggi diversi, che rivelano a poco a poco la trama, ovvero sapere chi ha investito il cameriere. Qual è stato il lavoro sulla struttura narrativa?
"Il romanzo procede con un andamento lineare, cronologico, però con delle piccole sovrapposizioni, delle sorte di overlapping: ogni capitolo ha un protagonista diverso, e riprende in parte scene e momenti dei capitoli precedenti. Questa idea della stessa scena raccontata da punti di vista diversi ha scatenato in noi il desiderio di impostare un racconto per capitoli – ognuno intitolato a un personaggio del film – più un epilogo finale.  Abbiamo concepito i capitoli come una sorta di scanner che passa una prima volta e ti lascia i bianchi e i neri, poi passa e ti lascia il ciano, e poi il magenta e così via. E solamente alla fine, al quarto passaggio, hai l’immagine completa. Volevamo costruire un puzzle che ci permettesse di conquistare l’attenzione del pubblico che deve prendere parte attiva al racconto e man mano ricostruirne i pezzi".

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Della trama del romanzo cosa avete dovuto sacrificare?
"Sicuramente è stato doloroso togliere un vissuto ai personaggi, che si è cercato in breve di ricostruire inserendo piccole allusioni in certe battute e in  brevi momenti. Come ad esempio con Bernaschi, quando abbiamo cercato di far intuire che ha alle spalle una famiglia di sfaccendati, con due fratelli viziati, mentre lui è l’unico che si ammazza di lavoro.  Abbiamo dovuto sacrificare anche il racconto di Dino Ossola (interpretato da Fabrizio Bentivoglio) e la storia di come è stato lasciato dalla moglie, con una bambina piccola. C’erano tante cose che avrebbero arricchito i personaggi ma che nel tempo narrativo del film non ci potevano stare. Altri sacrifici interni alla trama non ne abbiamo fatti".

Un film sull’infelicità, sulla ricchezza malata frutto della speculazione, e anche sulla cultura sempre più emarginata. Avete avuto sin da subito percezione di  poter generare una riflessione sull’Italia di oggi?
"Lavorando con un regista come Paolo Virzì, che ha sempre l’antenna dritta sulla realtà e uno sguardo sul contesto sociale che racconta, è stato inevitabile farsi influenzare fortemente dal momento che attraversa il nostro Paese. Anche se, a dire la verità, non credo che questa sia stata l’ispirazione originaria. All’inizio volevamo soprattutto scrivere un giallo, e questo film nasce  più da suggestioni americane, come “Tempesta di ghiaccio” di Ang Lee o “American Beauty” che dalla nostra tradizione di commedia sociale, di cui tuttavia restiamo debitori".

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Quindi un’ispirazione più letteraria e formale che non politica?
"Sicuramente. E mi dispiace che siano uscite tutte queste polemiche perché penso, curiosamente, che questo sia, tra i film di Virzì, quello che meno di tutti nasce da un’ispirazione politica. Va sottolineato che è anche la prima volta che Paolo racconta la borghesia. Una classe da cui si è sempre tenuto lontano, in parte perché non è il suo milieu, e forse anche perché ne ha un’istintiva antipatia. Ma nel momento in cui si è liberato dall’idea della commedia, e dall’obbligo raccontare dei personaggi con cui comunque devi simpatizzare perché innocenti, inadeguati o vittime, si è potuto avventurare in un territorio sociale diverso. E non solo, ma  anche in una zona geografica che non conosceva.  Poi è inevitabile che, vivendo in Italia, soffriamo per la situazione attuale – vediamo chiudere i teatri e i cinema e fiorire i multiplex e i centri commerciali  – vediamo un modello culturale importato che si afferma facendo danni enormi. Che questa cosa finisse dentro il racconto è stato fisiologico, ma non siamo partiti da lì".

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La storia è stata attaccata da alcuni rappresentanti delle istituzioni lombarde che hanno gridato alla lesa immagine della Brianza. Signori dal vocabolario forbito che amano Verdi  e vestire di Verde. Quando avete scelto l’ambientazione, avete subito pensato a quei luoghi della Brianza che è arrivata sullo schermo?
"Dovevamo per forza stare vicino a Milano, per la Borsa, il mondo della finanza. Ci è venuto naturale non ambientarla in città ma in una zona di hinterland residenziale. Virzì ha creato un luogo immaginario facendo un collage di vari luoghi. È stata  una suggestione di carattere scenografico-ambientale generico. Avevamo pensato che tutta la storia potesse svolgersi sul lago di Como, ma poi Paolo ha preferito inventare una zona residenziale che di fatto non esiste. Le polemiche sono imbarazzanti. È ridicolo che in Italia, se racconti una storia ambientata in una determinata zona con dei personaggi negativi, subito si solleva un coro di proteste degli abitanti del luogo: “noi non siamo così!”. Ma chi l’ha detto? Noi stiamo solo raccontando dei personaggi, ed essendo narratori di stampo realista abbiamo bisogno di un contesto preciso e riconoscibile in cui collocarli. Ma questo non significa che stiamo emettendo un giudizio su quel luogo o chi vi abita".

Come avete lavorato sul tono del film?
"Quelli di Virzì sono sempre stati film di un pessimista, che però riusciva ad ammantare e a coprire questa sua visione della vita con un senso dell’umorismo, un’ironia e una partecipazione affettuosa alle vicende dei suoi personaggi. In questo caso abbiamo fatto lo sforzo di non cercare quella valvola di sfogo, censurandoci sulle possibilità umoristiche di cui resta solo qualche traccia nei personaggio di Dino che ha dei momenti sordiani, da mediocre cialtrone arrivista. D’altronde, la struttura del copione ci obbligava a seguire i personaggi in funzione della trama, ci obbligava ad essere molto scarni e a non lasciare spazio a siparietti e a momenti che non fossero legati alla vicenda gialla".

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C’è un ciclista buttato fuori strada da un Suv e poi c’è l’inchiesta per scoprire il responsabile; c'è un immobiliarista che si sforza di entrare nelle grazie di un ricco finanziere e poi una moglie incinta e un’altra infelice, c'è un teatro da riaprire, ma ci sono soprattutto tre adolescenti, che sembrano essere i soli ancora puri e onesti di tutto il film.
"Paolo si è dovuto aggrappare ai personaggi giovani per trovare un’empatia, perché è un regista che ha bisogno molto di personaggi con cui empatizzare, e va sempre a cercare il lato positivo anche nei personaggi negativi. Ha voluto dare più enfasi ai personaggi  dei due ragazzi, Serena e Luca, volendo cercare l’innocenza. L’unica parola di speranza che c’è alla fine è affidata ai giovani. L’idea dolorosa è che abbiamo lasciato in eredità un Paese disastrato a queste nuove generazioni, che lo dovranno ricostruire dalle fondamenta".

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Come avete lavorato sui personaggi femminili?
"C’è un fatto ricorrente nel cinema di Paolo, per cui i personaggi femminili portano sempre un elemento positivo, hanno un senso di responsabilità, di compassione e affetto. Anche qui le donne, tutte e tre, ragionano in maniera empatica, mentre gli uomini hanno in testa solo la competizione".

Cosa c’è dell’America del romanzo nell’Italia di oggi?
"Parecchio. Avendo sposato quel modello sociale ed economico, stiamo andando nella stessa direzione. Stiamo impoverendo le nostre città, con la nascita di luoghi spersonalizzati e dedicati al consumo, come i centri commerciali. Una parodia del modello americano".

C’è spazio ancora, nel nostro paese, come nel film, per una speranza?
"Svincolandomi dal film, e rimanendo al cinema, mi sorprende che sopravviva una capacità artistica, creativa e imprenditoriale così libera e originale. Che si riescano a fare film come questo e i film di Sorrentino e Garrone. C’è una vena di creatività originale che niente è riuscito a seccare. Questi film, secondo me, rappresentano una fortissima speranza per le prospettive culturali di questo paese".

 

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Francesco Bruni ha esordito alla sceneggiatura nel 1995 con "La seconda volta", per la regia di Mimmo Calopresti. Per la regia di Paolo Virzì ha firmato, tra gli altri, "Ovosodo", "Caterina va in città", "Tutta la vita davanti" e "La prima cosa bella". E' approdato alla regia nel 2011 con "Scialla!"

 

 

 

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Giacomo Durzi è sceneggiatore e regista di diversi film e serie tv. Il suo ultimo film, "S.B. Io lo conoscevo bene", è stato presentato al Festival del Cinema di Roma 2012. 

 

 

 

 

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